Crisi Economica Venezuela: Ragioni e Motivazioni

La crisi economica che il Venezuela sta vivendo è dovuta a diversi fattori. Da un lato, ci sono le ragioni spiegate dal governo, che si basano su un’interferenza degli interessi degli Stati Uniti; una forte opposizione che cerca di rovesciare il governo di Nicolás Maduro e gli uomini d’affari, che hanno aumentato il costo dei loro prodotti, provocando una crisi umanitaria nel paese, affermano i ricercatori dell’UNAM.

D’altra parte, c’è il fallimento del sistema economico del regime, aggravato dalla caduta dei prezzi del petrolio, poiché l’energia è la base dell’economia venezuelana. Questa crisi ha causato un flusso di cittadini venezuelani che vanno ai confini in una sorta di esodo; secondo le Nazioni Unite, finora si stima che almeno 2,3 milioni di venezuelani risiedano fuori dal paese e sempre più persone lo abbandonino in condizioni peggiori.

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IN ITALIA L’ENERGIA ELETTRICA PIU’ CARA AL MONDO (PER LE PMI)

Negli ultimi dodici mesi le pmi italiane hanno subito il maggior rincaro mondiale nel costo dell’energia, che va ad aggiungersi a tariffe già molto più alte che all’estero. Le cause sono molteplici e strutturali: fra queste la gestione degli incentivi sulle fonti rinnovabili fallimentare sul piano economico

IN ITALIA LE TARIFFE PIU’ ALTE

La società internazionale di consulenza, ricerca e analisi energetica Nus ha elaborato recentemente un rapporto dal quale emerge che nell’ultimo anno per le imprese italiane si è registrato il maggior incremento mondiale del costo dell’energia elettrica: il 18,4%! Il rincaro si è aggiunto a tariffe anche in precedenza fuori mercato, visto che già il sistema produttivo italiano mediamente pagava un 20% in più della media europea. Il risultato finale è che il costo dell’energia elettrica per le piccole e medie imprese italiane è il più caro al mondo, come riportato nella seguente tabella:

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LA NUOVA TASSAZIONE SULLE COMPRAVENDITE IMMOBILIARI

Cambia la tassazione sulle compravendite immobiliari: dal 2014 due sole aliquote, con azzeramento pressochè totale di ogni eccezione. Per chi non poteva fruire di regimi agevolati il nuovo trattamento è migliorativo. La tassazione sui trasferimenti, comunque, appare ancora troppo elevata, mentre viene mantenuto un regime di favore eccessivo sulle prime abitazioni. Non vengono risolti i limiti strutturali che rendono inefficiente il mercato immobiliare.

IL COSTO FISCALE DELLE COMPRAVENDITE IMMOBILIARI

Il decreto legge 104/2013 (decreto Scuola) ha innovato in modo rilevante la tassazione sul trasferimento a titolo oneroso dei beni immobili, con efficacia dal gennaio 2014. E’ stata ridotta l’imposta di registro per l’acquisto della prima casa, dal 3 al 2% (con un minimo di mille euro) e sono stati modificati i requisiti di accesso a questo regime di favore: dal prossimo primo gennaio saranno considerate di lusso, e quindi non agevolabili, le unità immobiliari classificate in catasto nelle categorie A/8, A/9 e A/1 (ville, castelli e palazzi di pregio storico o artistico, unità immobiliari in zone di pregio e con caratteristiche costruttive di livello superiore).

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LA RIFORMA DI BANKITALIA E I BENEFICI PER LE BANCHE AZIONISTE (A CARICO DELLO STATO)

Il governo ha messo nero su bianco la proposta di riforma del regime giuridico sulla Banca d’Italia. L’impostazione di fondo è quella del mantenimento del capitale in capo a soggetti privati, per cui l’intervento è stato centrato in particolare sul valore economico attribuibile alla banca centrale. Interessante l’analisi dei benefici che il nuovo regime attribuisce ai soggetti coinvolti.

Il 27 novembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge n. 133, con il quale sono state introdotte rilevanti innovazioni sulla disciplina giuridica della Banca d’Italia: gli obiettivi dichiarati sono la riduzione del peso dei singoli partecipanti privati nel capitale e, soprattutto, la rivalutazione delle quote di partecipazione a complessivi 7,5 miliardi di euro.

Il capitale pre-decreto era di 156mila euro (300 milioni di lire): valore definito dalla legge di riforma bancaria del 1936, che attribuì le funzioni alla Banca d’Italia, creò un modello peculiare basato sull’azionariato privato (soluzione trovata all’epoca per non concentrare troppo potere di influenza nelle mani del Tesoro) e regolamentò i meccanismi di funzionamento dell’azionariato. Di seguito sono riportati i soci più rilevanti di Palazzo Koch.

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PERCHE’ LA RIFORMA DI BANKITALIA NON PUO’ FUNZIONARE

Dall’analisi degli effetti della riforma di Bankitalia non si riesce a trovare un solo elemento di convenienza per lo Stato: penalizzante dal punto di vista economico, inconcludente sotto il profilo della migliore governance per la banca centrale italiana…

Post collegato a “La riforma di Bankitalia e i benefici per le banche azioniste (a carico dello Stato)”.

Nel post precedente sono stati analizzati i contenuti e alcuni aspetti economici del recente decreto legge 133, in relazione alla parte in cui l’esecutivo ha riformato alcuni aspetti sostanziali della normativa sulla Banca d’Italia. Approfondiamo ora alcuni aspetti precedentemente lasciati in ombra, al fine di meglio contestualizzare e valutare l’operato del governo.

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SALVATAGGI BANCARI: FINORA OLTRE 5.000 MILIARDI DAI CONTRIBUENTI

Le cifre sono aggiornate a fine 2011, ma oggi sono già superate di molto. Il cortocircuito fra cause  (banche anglosassoni) e benficiari della crisi, in particolare in Europa.Un recente studio di Mediobanca ha aggiornato il costo degli aiuti pubblici forniti alle banche di Europa e Stati Uniti: in 4 anni 4.700 miliardi di euro, più o meno il Pil di Germania e Francia messe insieme. L’analisi parte dal fallimento di Lehmanh Brothers e arriva sino al novembre 2011.

Il costo finora sostenuto dai contribuenti è enorme, ma la cifra è destinata a salire notevolmente. Se, infatti, negli Stati Uniti i piani di sostegno del sistema creditizio sono fermi (e addirittura i rimborsi procedono con buon ritmo), in Europa la situazione è in continuo deterioramento. Nell’analisi di Mediobanca non sono riportati, ad esempio, i 114 miliardi di euro di obbligazioni emesse dalle banche italiane con garanzia statale utilizzati come collaterale per chiedere denaro alla Bce (e garanzie pubbliche simili sono state concesse anche i altri Paesi euro), come descritto nel post Economy2050 “Garanzia pubblica sulle obbligazioni private (delle banche)“; nè i due miliardi di Tremonti Bond chiesti dal Monte dei Paschi a giugno; nè le decine di miliardi di euro approvati dall’Eurozona per sostenere le banche spagnole o per la ricapitalizzazione del sistema ellenico.

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LA STATISTICA FARA’ AUMENTARE IL PIL EUROPEO (MA NON LA CRESCITA)

La Ue sta per cambiare alcuni criteri statistici utilizzati per il calcolo del Pil, che si incrementerà di qualche punto percentuale per solo effetto delle nuove regole. Gli Usa hanno adottato i nuovi criteri lo scorso anno: il Pil è stato rivalutato di circa il 3%. La nuova metodologia non aumenterà le stime di crescita economica, ma solo la dimensione complessiva del Pil. Il nodo dell’inclusione del fatturato delle economie criminali nel prodotto interno.

A fine maggio la Commissione Ue ha reso nota la nuova metodologia di calcolo del prodotto interno lordo dei paesi Ue che entrerà in vigore dal prossimo ottobre (http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-14-21_en.htm).  Secondo l’Istat si tratta di un passaggio tecnico ad “una nuova versione delle regole di contabilità” che porterà al miglioramento del metodo di misurazione del Pil, introducendo nuove fonti di informazioni: in sostanza verranno rimodulate alcune voci che compongono il Pil e ne verranno incluse altre.

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IL DECLINO INDUSTRIALE DELL’ITALIA (SECONDO BANKITALIA)

Un report della Banca d’Italia ha illustrato i numeri (molto preoccupanti) del declino manifatturiero italiano e indagato sulle sue cause. Secondo Via Nazionale non è ancora troppo tardi per recuperare la competitività perduta, a patto di agire con rapidità e con interventi radicali. 

Un recentissimo studio pubblicato nella collana Questioni di economia e finanza della Banca d’Italia intitolato “Il sistema industriale italiano tra globalizzazione e crisi” ha analizzato, con ampio corredo di dati, il declino produttivo in corso ormai da anni in Italia. Le crude cifre hanno fotografato il disastroso trend assunto dal sistema industriale nazionale: l’evidenza di fondo è che tutti i settori della manifattura italiana si sono contratti in modo notevole rispetto a quanto producevano prima del 2008 (si legga a tal proposito anche il post “L’industria italiana si sta spegnendo”). Una decrescita che si configura oggettivamente come la più intensa del secondo dopoguerra e che presenta caratteri di declino strutturale evidenti.

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DEBITO PUBBLICO: LE BANCHE AL 50%, GLI STRANIERI ALLA FINESTRA, I PRIVATI VENDONO

Circa la metà del debito italiano è in mano alle banche italiane, Bce e Bankitalia sono stabili (ma ne detengono oltre 200 miliardi), i risparmiatori italiani scendono sensibilmente rispetto ad un anno fa. Gli stranieri non hanno incrementano gli acquisti negli ultimi dodici mesi, dopo la grande fuga durata fino all’aprile 2012: la quota in possesso degli investitori esteri privati dovrebbe attestarsi appena intorno al 21% del debito complessivo.

 Nell’estate scorsa Economy2050 pubblicò il post “Debito pubblico: chi presta soldi al Tesoro italiano? Bce e banche”: erano quelli i mesi finali della grande fuga degli investitori stranieri dal debito italiano e il tema del rifinanziamento dei bond italiani era molto vivo. Dai dati ufficiali della Banca d’Italia e da quelli ufficiosi sull’operato della Bce emergeva che fra la seconda metà 2011 e il primo semestre 2012 i sottoscrittori privati internazionali in uscita erano stati sostituiti dalla Bce, da Bankitalia e dalle banche italiane (grazie alla liquidità fornita dalla Bce). Le aste italiane, grazie a tali interventi, non registrarono mai mancati collocamenti.

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IL COSTO DEL PERSONALE DELLE REGIONI

Le Regioni italiane presentano costi del personale che hanno delle forti oscillazioni in relazione al numero di abitanti servito; anche lo stesso numero dei dipendenti per abitante presenta differenze impressionanti

Le Regioni sembrano enti autonomi avulsi da ogni contesto di riferimento per quel che riguarda le spese per il personale (stipendi, premi, buoni pasto, missioni, rimborsi spese), viste le notevoli differenze che intercorrono fra le varie amministrazioni locali. E’ bene sottolineare che le cifre esposte in tabella non comprendono i dipendenti della sanità, che copre da sola l’80% dei costi regionali: il costo del lavoro del comparto sanità è contabilmente in carico ai bilanci delle Asl.

Si stima che il solo ricondurre entro la media nazionale le Regioni a maggior costo del personale  farebbe risparmiare ogni anno 1,3 miliardi di euro di spesa pubblica. Se poi si considera che anche le Regioni più generose con i loro dipendenti contribuiscono alla media,  la loro esclusione (causa oggettiva inefficienza) dal computo di un costo medio realistico e  accettabile condurrebbe a risparmi notevolmente più elevati. Una razionalizzazione del genere, insieme alla definizione di un numero massimo di dipendenti per abitante, rappresenta un semplice taglio lineare: per definizione ingiusto e metodologicamente non condivisibile, ma in questo caso utile per dare una sforbiciata preliminare a costi palesemente fuori linea. Quindi una prima, semplice riduzione lineare dell’extracosto causato da alcune regioni produrrebbe ben oltre un miliardo di risparmi.

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