LA RIFORMA DI BANKITALIA E I BENEFICI PER LE BANCHE AZIONISTE (A CARICO DELLO STATO)

Il governo ha messo nero su bianco la proposta di riforma del regime giuridico sulla Banca d’Italia. L’impostazione di fondo è quella del mantenimento del capitale in capo a soggetti privati, per cui l’intervento è stato centrato in particolare sul valore economico attribuibile alla banca centrale. Interessante l’analisi dei benefici che il nuovo regime attribuisce ai soggetti coinvolti.

Il 27 novembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge n. 133, con il quale sono state introdotte rilevanti innovazioni sulla disciplina giuridica della Banca d’Italia: gli obiettivi dichiarati sono la riduzione del peso dei singoli partecipanti privati nel capitale e, soprattutto, la rivalutazione delle quote di partecipazione a complessivi 7,5 miliardi di euro.

Il capitale pre-decreto era di 156mila euro (300 milioni di lire): valore definito dalla legge di riforma bancaria del 1936, che attribuì le funzioni alla Banca d’Italia, creò un modello peculiare basato sull’azionariato privato (soluzione trovata all’epoca per non concentrare troppo potere di influenza nelle mani del Tesoro) e regolamentò i meccanismi di funzionamento dell’azionariato. Di seguito sono riportati i soci più rilevanti di Palazzo Koch.

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PERCHE’ LA RIFORMA DI BANKITALIA NON PUO’ FUNZIONARE

Dall’analisi degli effetti della riforma di Bankitalia non si riesce a trovare un solo elemento di convenienza per lo Stato: penalizzante dal punto di vista economico, inconcludente sotto il profilo della migliore governance per la banca centrale italiana…

Post collegato a “La riforma di Bankitalia e i benefici per le banche azioniste (a carico dello Stato)”.

Nel post precedente sono stati analizzati i contenuti e alcuni aspetti economici del recente decreto legge 133, in relazione alla parte in cui l’esecutivo ha riformato alcuni aspetti sostanziali della normativa sulla Banca d’Italia. Approfondiamo ora alcuni aspetti precedentemente lasciati in ombra, al fine di meglio contestualizzare e valutare l’operato del governo.

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SALVATAGGI BANCARI: FINORA OLTRE 5.000 MILIARDI DAI CONTRIBUENTI

Le cifre sono aggiornate a fine 2011, ma oggi sono già superate di molto. Il cortocircuito fra cause  (banche anglosassoni) e benficiari della crisi, in particolare in Europa.Un recente studio di Mediobanca ha aggiornato il costo degli aiuti pubblici forniti alle banche di Europa e Stati Uniti: in 4 anni 4.700 miliardi di euro, più o meno il Pil di Germania e Francia messe insieme. L’analisi parte dal fallimento di Lehmanh Brothers e arriva sino al novembre 2011.

Il costo finora sostenuto dai contribuenti è enorme, ma la cifra è destinata a salire notevolmente. Se, infatti, negli Stati Uniti i piani di sostegno del sistema creditizio sono fermi (e addirittura i rimborsi procedono con buon ritmo), in Europa la situazione è in continuo deterioramento. Nell’analisi di Mediobanca non sono riportati, ad esempio, i 114 miliardi di euro di obbligazioni emesse dalle banche italiane con garanzia statale utilizzati come collaterale per chiedere denaro alla Bce (e garanzie pubbliche simili sono state concesse anche i altri Paesi euro), come descritto nel post Economy2050 “Garanzia pubblica sulle obbligazioni private (delle banche)“; nè i due miliardi di Tremonti Bond chiesti dal Monte dei Paschi a giugno; nè le decine di miliardi di euro approvati dall’Eurozona per sostenere le banche spagnole o per la ricapitalizzazione del sistema ellenico.

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IL DECLINO INDUSTRIALE DELL’ITALIA (SECONDO BANKITALIA)

Un report della Banca d’Italia ha illustrato i numeri (molto preoccupanti) del declino manifatturiero italiano e indagato sulle sue cause. Secondo Via Nazionale non è ancora troppo tardi per recuperare la competitività perduta, a patto di agire con rapidità e con interventi radicali. 

Un recentissimo studio pubblicato nella collana Questioni di economia e finanza della Banca d’Italia intitolato “Il sistema industriale italiano tra globalizzazione e crisi” ha analizzato, con ampio corredo di dati, il declino produttivo in corso ormai da anni in Italia. Le crude cifre hanno fotografato il disastroso trend assunto dal sistema industriale nazionale: l’evidenza di fondo è che tutti i settori della manifattura italiana si sono contratti in modo notevole rispetto a quanto producevano prima del 2008 (si legga a tal proposito anche il post “L’industria italiana si sta spegnendo”). Una decrescita che si configura oggettivamente come la più intensa del secondo dopoguerra e che presenta caratteri di declino strutturale evidenti.

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DEBITO PUBBLICO: CHI PRESTA SOLDI AL TESORO ITALIANO? BCE E BANCHE

Il 2012 sta registrando la grande fuga degli stranieri dal debito italiano, sostituiti dalla BCE e dalle banche italiane (grazie alla BCE). Un debito così enorme mette a rischio gli obiettivi di bilancio a causa della componente minoritaria degli investitori internazionali.

La Banca d’Italia, nel supplemento al bollettino statistico dedicato alla finanza pubblica di metà luglio, ha pubblicato i dati aggiornati relativi al debito pubblico. Da segnalare, innanzitutto, il nuovo record assoluto raggiunto in maggio, a 1.966,3 miliardi di euro: 1.855  miliardi sono dello Stato, 111,3 riferibili alle amministrazioni locali. I titoli del debito pubblico in circolazione, la componente di debito cui si riferisce il famigerato spread, sono 1.625,7 miliardi. La crescita è di 17,1 miliardi su aprile, di 68,4 miliardi dal 31 dicembre 2011. L’aumento mensile è in parte attribuibile al fabbisogno di maggio (6,2 miliardi), ma principalmente alla ricostituzione delle disponibilità liquide detenute dal Tesoro (nel mese +8,3 miliardi, a 35,8). Poiché le disponibilità liquide del Tesoro presso la Banca d’Italia ammontano a 35,7 miliardi di euro, il debito effettivo al netto della liquidità ammonta a 1.930,5 miliardi (+8,7 miliardi rispetto ad aprile, +56,9 miliardi rispetto a dicembre 2011).

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I Salvataggi Bancari Francesi del 2013

In Francia, da inizio anno, sono stati formalizzati tre salvataggi bancari, nonostante l’impegno a non soccorrere la banche in crisi dichiarato dal governo solo pochi mesi prima.

Il settore finanziario in Francia mostra evidenti segnali di difficoltà: dall’inizio dell’anno lo Stato è già dovuto intervenire tre volte. Dopo l’implosione di Dexia (apparentemente un buco senza fondo, giunta quest’anno al terzo salvataggio) e della compagnia di assicurazioni Groupama (post “La crisi affonda Groupama: un ulteriore livello del contagio?”), l’Eliseo ha dovuto salvare un piccolo istituto specializzato nel credito immobiliare. Senza dimenticare la crisi della divisione finanziaria del gruppo automobilistico Psa.

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