IN ITALIA L’ENERGIA ELETTRICA PIU’ CARA AL MONDO (PER LE PMI)

Negli ultimi dodici mesi le pmi italiane hanno subito il maggior rincaro mondiale nel costo dell’energia, che va ad aggiungersi a tariffe già molto più alte che all’estero. Le cause sono molteplici e strutturali: fra queste la gestione degli incentivi sulle fonti rinnovabili fallimentare sul piano economico

IN ITALIA LE TARIFFE PIU’ ALTE

La società internazionale di consulenza, ricerca e analisi energetica Nus ha elaborato recentemente un rapporto dal quale emerge che nell’ultimo anno per le imprese italiane si è registrato il maggior incremento mondiale del costo dell’energia elettrica: il 18,4%! Il rincaro si è aggiunto a tariffe anche in precedenza fuori mercato, visto che già il sistema produttivo italiano mediamente pagava un 20% in più della media europea. Il risultato finale è che il costo dell’energia elettrica per le piccole e medie imprese italiane è il più caro al mondo, come riportato nella seguente tabella:

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DEBITO PUBBLICO: LE BANCHE AL 50%, GLI STRANIERI ALLA FINESTRA, I PRIVATI VENDONO

Circa la metà del debito italiano è in mano alle banche italiane, Bce e Bankitalia sono stabili (ma ne detengono oltre 200 miliardi), i risparmiatori italiani scendono sensibilmente rispetto ad un anno fa. Gli stranieri non hanno incrementano gli acquisti negli ultimi dodici mesi, dopo la grande fuga durata fino all’aprile 2012: la quota in possesso degli investitori esteri privati dovrebbe attestarsi appena intorno al 21% del debito complessivo.

 Nell’estate scorsa Economy2050 pubblicò il post “Debito pubblico: chi presta soldi al Tesoro italiano? Bce e banche”: erano quelli i mesi finali della grande fuga degli investitori stranieri dal debito italiano e il tema del rifinanziamento dei bond italiani era molto vivo. Dai dati ufficiali della Banca d’Italia e da quelli ufficiosi sull’operato della Bce emergeva che fra la seconda metà 2011 e il primo semestre 2012 i sottoscrittori privati internazionali in uscita erano stati sostituiti dalla Bce, da Bankitalia e dalle banche italiane (grazie alla liquidità fornita dalla Bce). Le aste italiane, grazie a tali interventi, non registrarono mai mancati collocamenti.

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IL COSTO DEL PERSONALE DELLE REGIONI

Le Regioni italiane presentano costi del personale che hanno delle forti oscillazioni in relazione al numero di abitanti servito; anche lo stesso numero dei dipendenti per abitante presenta differenze impressionanti

Le Regioni sembrano enti autonomi avulsi da ogni contesto di riferimento per quel che riguarda le spese per il personale (stipendi, premi, buoni pasto, missioni, rimborsi spese), viste le notevoli differenze che intercorrono fra le varie amministrazioni locali. E’ bene sottolineare che le cifre esposte in tabella non comprendono i dipendenti della sanità, che copre da sola l’80% dei costi regionali: il costo del lavoro del comparto sanità è contabilmente in carico ai bilanci delle Asl.

Si stima che il solo ricondurre entro la media nazionale le Regioni a maggior costo del personale  farebbe risparmiare ogni anno 1,3 miliardi di euro di spesa pubblica. Se poi si considera che anche le Regioni più generose con i loro dipendenti contribuiscono alla media,  la loro esclusione (causa oggettiva inefficienza) dal computo di un costo medio realistico e  accettabile condurrebbe a risparmi notevolmente più elevati. Una razionalizzazione del genere, insieme alla definizione di un numero massimo di dipendenti per abitante, rappresenta un semplice taglio lineare: per definizione ingiusto e metodologicamente non condivisibile, ma in questo caso utile per dare una sforbiciata preliminare a costi palesemente fuori linea. Quindi una prima, semplice riduzione lineare dell’extracosto causato da alcune regioni produrrebbe ben oltre un miliardo di risparmi.

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LE BANCHE ITALIANE CONTINUANO A RIDURRE IL CREDITO E A COMPRARE TITOLI DI STATO

In Italia continuano a scendere i prestiti bancari all’economia reale, mentre salgono le sofferenze e l’esposizione degli istituti di credito sul debito pubblico. In ribasso i tassi, con l’eccezione del credito al consumo. Sembra finita l’epoca delle obbligazioni bancarie, ma la raccolta complessiva sale.

Nonostante la politica monetaria decisamente espansiva impostata dalla Bce sin da giugno, le banche italiane in agosto non hanno mutato le tendenze mostrate nei mesi precedenti.

I dati riportati nel report mensile sul sistema creditizio nazionale pubblicato da Bankitalia (https://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/pimsmc/2014/sb51_14/suppl_51_14.pdf) evidenziano che il credit crunch italiano sta continuando: su base annua i crediti concessi alle famiglie sono scesi del -0,8% (dal -0,7% del mese precedente), i prestiti alle società non finanziarie sono calati del -3,8% (la riduzione era stata del -3,9% in luglio).

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IL VALZER DELLE PREVISIONI SUL PIL ITALIANO NEL 2015

Nell’ultima parte del 2014 e fino al 20 gennaio si è registrata una serie di rettifiche al ribasso sulle stime di crescita sull’Italia per il 2015: neanche l’anno in corso, con un Pil che salirà di uno striminzito zero virgola, porterà ad un sostanziale recupero dell’economia italiana.

LE PREVISIONI DI CRESCITA PER L’ITALIA

Verso la metà di gennaio la Banca d’Italia, nel consueto bollettino economico, ha ritoccato le sue precedenti stime sull’economia italiana: dopo il -0,4% del 2014, nel 2015 il Pil registrerà un impalpabile +0,4% (sei mesi fa Palazzo Koch si attendeva un +1,3%) e nel 2016 un più accettabile +1,2%. La ripresa arriverà in ritardo poiché nel quarto trimestre del 2014 il prodotto interno dovrebbe essere sceso (“marginalmente”) a causa degli investimenti ancora fermi, anche se i consumi appaiono in lieve ripresa: la “crescita modesta” del 2015 sarà comunque connotata da un’“ampia l’incertezza” dovuta in particolare ai dubbi sull’intensità della ripresa degli investimenti. Secondo Via Nazionale le misure di sostegno alle famiglie e di riduzione del cuneo fiscale per le imprese contenute nella legge di Stabilità avranno un impatto sul Pil del +0,8% nel biennio 2015-2016, a cui tuttavia vanno sottratte coperture previste pari a quasi il -0,6% del Pil.

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