IL VALZER DELLE PREVISIONI SUL PIL ITALIANO NEL 2015

Nell’ultima parte del 2014 e fino al 20 gennaio si è registrata una serie di rettifiche al ribasso sulle stime di crescita sull’Italia per il 2015: neanche l’anno in corso, con un Pil che salirà di uno striminzito zero virgola, porterà ad un sostanziale recupero dell’economia italiana.

LE PREVISIONI DI CRESCITA PER L’ITALIA

Verso la metà di gennaio la Banca d’Italia, nel consueto bollettino economico, ha ritoccato le sue precedenti stime sull’economia italiana: dopo il -0,4% del 2014, nel 2015 il Pil registrerà un impalpabile +0,4% (sei mesi fa Palazzo Koch si attendeva un +1,3%) e nel 2016 un più accettabile +1,2%. La ripresa arriverà in ritardo poiché nel quarto trimestre del 2014 il prodotto interno dovrebbe essere sceso (“marginalmente”) a causa degli investimenti ancora fermi, anche se i consumi appaiono in lieve ripresa: la “crescita modesta” del 2015 sarà comunque connotata da un’“ampia l’incertezza” dovuta in particolare ai dubbi sull’intensità della ripresa degli investimenti. Secondo Via Nazionale le misure di sostegno alle famiglie e di riduzione del cuneo fiscale per le imprese contenute nella legge di Stabilità avranno un impatto sul Pil del +0,8% nel biennio 2015-2016, a cui tuttavia vanno sottratte coperture previste pari a quasi il -0,6% del Pil.

Pochi giorni dopo anche il Fmi, nelle consuete previsioni trimestrali, ha tagliato le stime di crescita italiane: il Pil nazionale salirà del +0,4% (dal +0,9% stimato in ottobre) quest’anno e del +0,8% (dal +1,3%) l’anno prossimo. Le previsioni indicano che l’Italia sarà il paese meno dinamico dell’Eurozona (e dei G7), che peraltro si distinguerà nel 2015 per la sua debolezza rispetto alle altre macro-aree mondiali. Per l’Eurozona (e l’Italia) giocheranno a favore il basso prezzo del petrolio, la svalutazione dell’euro, l’allentamento della politica monetaria e una politica fiscale meno restrittiva: nonostante ciò, la crescita in Europa sarà ugualmente inferiore alle precedenti previsioni, soprattutto a causa del mancato rimbalzo degli investimenti (probabilmente per effetto delle deboli domande interna ed estera). Il Fondo ha comunque precisato che possano essere stati sottostimati gli effetti di alcune delle variabili espansive in atto (in particolare il calo del prezzo del petrolio potrebbe fornire uno stimolo più forte del previsto).

In novembre l’Ocse era stata ancora più pessimistica, attribuendo al Pil italiano una crescita al +0,2% nel 2015 (dal +1,1% stimato in maggio) e del +1% nel 2016 grazie alle politiche espansive della Bce ed alla attesa crescita dell’export. Anche in questo caso il freno alla crescita era stato individuato nel mancato aumento degli investimenti. Sempre in novembre l’Istat vedeva il Pil in crescita del +0,5% nel 2015 e del +1% nel 2016 (tagliando le sue stime di maggio, rispettivamente al +1,0 e +1,4%), mentre le previsioni autunnali della Commissione Ue per il 2015 riducevano le stime sull’Italia al +0,6% dal precedente +1,2% (peraltro in un contesto economico definito “fragile”, ovvero passibile di ulteriori sorprese negative). A fine settembre il governo italiano, nella legge di Stabilità, aveva già ufficialmente ridotto la sua previsione di crescita per l’anno in corso dal +1,3% stimato in primavera al +0,6%.

Ultima previsioneData ultima previsionePrecedente previsione
GOVERNO ITALIANO+0,6%set 2014+1,3%
COMMISSIONE UE+0,6%nov 2014+1,2%
ISTAT+0,5%nov 2014+1,0%
OCSE+0,2%nov 2014+1,1%
BANCA D’ITALIA+0,4%gen 2015+1,3%
FMI+0,4%gen 2015+0,9%

Attese di variazione del Pil italiano per il 2015

L’ATTENDIBILITA’ DELLE PREVISIONI

L’Italia è al terzo anno consecutivo di recessione, con unPil sceso del -2,4% nel 2012, del -1,9 nel 2013 e del -0,4 (stima) nel 2014. Considerando il terribile 2009 (-5%), il livello del prodotto interno è regredito intorno al valore del 2000. Il declino italiano ha messo in evidenza, oltre alla sua fragilità economica, la non affidabilità delle previsioni sul Pil realizzate negli scorsi anni: ad inizio del 2014 veniva generalmente attribuito all’Italia un aumento del +1% o più, l’anno si è chiuso a -0,4%. Il copione della crescita attesa che si trasforma in decrescita alla prova dei fatti si ripete dal 2012. Anche le stime sul 2015 stanno subendo la stessa sorte, pian piano declinando da sopra il +1% a circa il +0,5%: se le previsioni 2015 si riveleranno precise come quelle degli anni precedenti, la crescita italiana a dicembre sarà negativa per il quarto esercizio consecutivo. Insomma, stando alle varie previsioni di fine 2014, viene forte il dubbio che anche il 2015 sarà un anno in cui “la crescita arriverà l’anno prossimo”.

LA “RISALITA” DELLE PREVISIONI

Eppure il 2015 potrebbe segnare effettivamente l’anno della svolta positiva per il Pil italiano. L’inizio d’anno mostra alcune condizioni di contesto assolutamente favorevoli in direzione della ripresa: a Bruxelles si sta affermando l’idea che la troppa austerity potrà solo far declinare l’Europa (anche se finora azioni concrete di stimolo all’economia ancora non se ne intravedono), in contrasto con l’ortodossia economica tedesca finora applicata; il drastico calo del prezzo del petrolio favorirà la ripresa nei paesi manifatturieri (Germania e Italia in testa); la Bce ha finalmente deciso di stampare moneta e inondare i mercati di liquidità attraverso l’acquisto di bond sovrani, inaugurando una fase non breve di politica monetaria mai così accomodante in Europa; l’euro si è sostanzialmente svalutato sul dollaro (grazie alla politica monetaria europea più accomodante e alla riduzione degli stimoli della Fed), con benefici veri in termini di competitività e buone possibilità di recupero dell’export (penalizzato nel 2014 dalla scarsa crescita degli emergenti e dalle sanzioni Ue alla Russia).

La stessa Banca d’Italia, nelle sopra citate previsioni di metà gennaio, ha messo in evidenza che esiste la possibilità che le sue previsioni possano essere smentite al rialzo: se i tassi d’interesse sui titoli di Stato a lunga scendessero dello 0,5% (grazie al Qe della Bce) e l’euro si deprezzasse di un ulteriore 5%, in Italia si avrebbe una crescita incrementale di qualcosa più di mezzo punto percentuale nel biennio del 2015-2016 (sempre che vi sia la ripresa della spesa per investimenti e dei consumi). Inoltre, secondo una stima di Intesa Sanpaolo 10 dollari di ribasso strutturale del prezzo del petrolio si traducono in un incremento del Pil italiano del +0,3% annuo, mentre il cambio euro/dollaro stabile sui valori di gennaio porterebbe un +0,7% di crescita aggiuntiva (gli Usa assorbono il 7,4% delle esportazioni italiane).

Ed in effetti negli ultimi giorni di gennaio il verso delle previsioni sembra stia cambiando. Il 25 gennaio il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in un’intervista, ha sostenuto che, a fronte di un prezzo del petrolio dimezzato e di un euro più debole, il governo potrebbe rivedere al rialzo la sua stima di crescita del +0,6%. Il 27 gennaio il vice direttore generale di Bankitalia Fabio Panetta, in un convegno, ha indicato che la crescita italiana nel 2015 sarà significativamente superiore alle stime indicate nell’ultimo bollettino della stessa Banca d’Italia sopra citato: senza fornire numeri più precisi, le condizioni individuate per sfruttare il contesto favorevole sono la ripresa degli investimenti e l’attuazione di riforme economiche funzionali a rendere più competitiva l’economia italiana. Per la crescita inoltre, secondo Bankitalia, serve rafforzare e razionalizzare il sostegno finanziario alle piccole e medie imprese, ancora troppo frammentato.

IL QUASI-BOOM ITALIANO SECONDO CONFINDUSTRIA

A fine gennaio il Centro Studi Confindustria ha pubblicato un’analisi che esce decisamente fuori dal coro (link). In dicembre il Csc aveva pronosticato una crescita del +0,5% del Pil per il 2015 (+1,1 nell’anno successivo), indicando il permanere di uno scenario economico globale nettamente migliore rispetto a pochi mesi prima (crollo del prezzo del petrolio, svalutazione dell’euro, maggior dinamismo del commercio globale), anche se connotato da molta incertezza. Una posizione del tutto in linea con le varie stime sopra riportate.

Le previsioni sono radicalmente mutate nell’analisi mensile del 28 gennaio scorso, la quale ipotizza una “spinta” del prodotto interno pari al +2,1% quest’anno e del +2,5% nel 2016 (non è chiaro se con il termine spinta il Csc intenda Pil aggiuntivo rispetto alla precedente stima o crescita complessiva del Pil). I fattori propulsivi di questo balzo saranno il minor prezzo del petrolio, la vivacità del commercio mondiale, le politiche impostate a Bruxelles più orientate alla crescita, il fatto che gli indicatori congiunturali segnalano che il ciclo italiano ha toccato il fondo (la domanda interna e la produzione si sono stabilizzate). In particolare il Quantitative easing varato dalla Bce determinerà una diminuzione dei tassi italiani a lungo termine pari all’1,1% e una svalutazione euro/dollaro dell’11,4% (secondo il Csc solo parte degli effetti sono stati anticipati dai mercati e tale aggiustamento si completerà nei prossimi mesi). I minori tassi faranno salire il Pil italiano del +0,2% nel 2015 e del +0,4% nel 2016, il cambio debole del +0,6% in ciascun anno. Il 2015, secondo il Csc, sarà un anno spartiacque tra la profonda recessione iniziata nel 2008 e il ritorno alla crescita vera.

La attese del Csc appaiono troppo ottimistiche, tanto da apparire non un’analisi economica quanto una vera e propria esortazione ad avere fiducia nel futuro indirizzata al sistema produttivo italiano: in sostanza il documento ha la veste del lavoro scientifico, ma sembra rispondere ad un obiettivo politico di Confindustria (infondere fiducia al fine di far ripartire gli investimenti delle imprese). Per una puntuale (e complessivamente convincente) analisi critica delle stime di Csc si rinvia al link http://www.linkiesta.it/node/180597.

CONCLUSIONI

E’ indubbio che nel 2015 si sono materializzati potenti fattori esogeni che dovrebbero favorire il ritorno in positivo del Pil italiano. Esistono tuttavia anche rischi ancora ben concreti di cui tener conto: il principale è sicuramente il rischio politico sulla coesione dell’Eurozona, visto che il nuovo governo greco potrebbe mettere a nudo le contraddizioni ancora insite in una moneta unica che fa da collante fra economie troppo disomogenee. Malgrado la crisi europea in atto dal 2008 e il risultato delle ultime elezioni europee (avanzata degli euroscettici ovunque) poco è stato fatto per rendere l’Europa politicamente ed economicamente più solida e integrata. Anche il conflitto russo/ucraino, alle porte dell’Europa, potrebbe registrare un’escalation negativa dalle conseguenze imprevedibili, come non è detto che il Qe della Bce si trasformi in crescita economica (ad esempio il Giappone, nonostante abbia varato la manovra più espansiva al mondo, non cresce come auspicato). Le basse quotazioni del petrolio, poi, potrebbero avere importanti controindicazioni: se i paesi importatori traggono vantaggio dai prezzi bassi, è probabile che gli esportatori di oro nero consumeranno (e alimenteranno gli scambi internazionali) molto meno che nel recente passato.

Più in particolare per l’Italia, rimane sempre la necessità di introdurre sensate riforme economiche che consentano di cogliere appieno le odierne favorevoli condizioni internazionali: il tessuto economico italiano è ancora nel mezzo di una fase di transizione/ristrutturazione che ne ha evidenziato drammaticamente i punti deboli. Gli handicap italiani rimangono sempre gli stessi da anni: un’inefficiente governance economica (vaste sacche di protezione dalla concorrenza, giustizia civile improbabile, corruzione molto diffusa, scarsa attrattività per gli investitori in attività produttive reali, …), un apparato pubblico ridondante, paralizzante e troppo costoso, un sistema produttivo poco capitalizzato e competitivo (la ristrutturazione del mercato del lavoro quasi completata non è certo il fattore di spinta sostanziale che necessita per il recupero di competitività), un debito pubblico eccessivo (che in ogni momento può destabilizzare l’equilibrio del bilancio pubblico). Senza porre rimedio alle debolezze strutturali italiane ogni stimolo non potrà che essere recepito in misura inferiore e in tempi più lenti che in altri paesi. E probabilmente le previsioni macroeconomiche sul Pil italiano continueranno ad essere sbagliate.

In conclusione, il 2015 sembra avere davvero le potenzialità per essere l’anno del ritorno della crescita in Italia, che non è detto debba necessariamente essere di dimensioni infime. Per la prima volta da anni un insieme di importanti variabili esogene gira per il verso giusto e sembra ravvisarsi una volontà politica maggioritaria verso l’adozione di riforme istituzionali/sociali/economiche equilibrate ed economicamente sensate. Tutto ciò potrà incidere sulle aspettative di imprese e famiglie: e se ripartissero investimenti e consumi …

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