LA VIGILANZA UNICA EUROPEA AL VIA: LA BCE ILLUSTRA L’ASSET QUALITY REVIEW

La Bce e l’Eba hanno comunicato i parametri di base in base ai quali verrà svolto l’esame sui bilanci delle principali banche europee, in vista dell’inizio concreto dell’unione bancaria europea. Un buon primo passo, che comunque necessita di importanti elementi aggiuntivi di trasparenza e del completamento delle regole che disciplineranno l’intera architettura dell’unione bancaria.

Sul finire di ottobre Bce ed Eba hanno fissato degli importanti paletti tecnici per l’implementazione dell’unione bancaria europea: è il primo passo concreto del complesso processo di integrazione che porterà al superamento dei sistemi bancari nazionali in cui è frammentato il settore del credito nel Vecchio Continente.

LE LINEE GUIDA DELL’EBA SUI CREDITI PROBLEMATICI

Ha iniziato l’Eba, l’Autorità bancaria europea, che ha completato la definizione del concetto di “credito deteriorato” valido per tutte la banche della Ue. Sono stati finalmente resi noti gli standard per il computo di sofferenze e debiti incagliati: d’ora in poi tutti gli istituti europei dovranno considerare non performing un credito il cui pagamento è in ritardo di oltre 90 giorni.

La regola prevede un’importante eccezione: l’Eba, infatti, ha anche definito il principio della cosiddetta forbearance, ovvero il caso in cui i termini per la restituzione del credito bancario sono dilazionati per difficoltà del debitore (ristrutturazione del credito). Tali situazioni comporteranno una valutazione più complessa e, soprattutto, non automatica: l’inclusione fra i prestiti non performing dei crediti bancari scaduti e rinegoziati andrà valutata caso per caso. La previsione della forbearance introduce flessibilità, ma anche discrezionalità di valutazione: di fatto si corre il rischio di consentire alle banche di mascherare come dilazione temporale ciò che in realtà è una sofferenza o un incaglio.

Naturalmente l’individuazione di nuovi standard sui crediti problematici potrà avere conseguenze rilevanti sul capitale minimo richiesto alle banche: se aumenteranno le sofferenze a causa di una differente scala di valutazione, dovrà aumentare di conseguenza il capitale dell’istituto di credito (e viceversa in caso di riduzione dei crediti problematici).

Le banche italiane non dovrebbero subire grandi sorprese  negative dalla nuova definizione di non performing loan: secondo l’Abi il noto rigore da sempre applicato da Bankitalia (post “Il credit crunch italiano: fisco e Bankitalia troppo severi (rispetto al resto d’Europa”) dovrebbe porre al riparo da ulteriori incrementi di sofferenze/incagli rispetto a quanto già oggi evidenziato nei bilanci. L’Abi, peraltro, ha ricordato che la decisione dell’Eba va nella direzione di risolvere un serio problema di competitività del sistema creditizio italiano rispetto al resto d’Europa: finalmente la partita della concorrenza potrà essere giocata con le stesse regole in tutti i paesi europei, peraltro estendendo al resto del continente la più stringente prassi italiana. Ricordiamo che in molti paesi, ad iniziare dalla Germania, le autorità di vigilanza hanno sinora utilizzato definizioni degli incagli meno rigide, riducendo in tal modo il fabbisogno  di patrimonio degli istituti da loro vigilati e in tal modo alterando palesemente le regole della concorrenza intra-europea.

L’Eba, con questa iniziativa, sta tentando di farsi perdonare gli errori marchiani compiuti con i due stress test realizzati durante la crisi bancaria europea, i quali giunsero a risultati di solidità avulsi dalla realtà su diversi istituti di credito. Ricordiamo che nei test precedenti l’Eba utilizzò criteri di analisi penalizzanti per le banche meno esposte concretamente ai rischi sistemici (come quelle italiane), ma poco significativi nel rilevare le oggettive criticità sistemiche presenti negli attivi di banche esposte in titoli tossici o derivati. Uno dei punti su cui l’Eba è stata particolarmente carente in passato è proprio quello della corretta definizione dei crediti non performing, da cui consegue il livello di patrimonializzazione richiesto agli istituti e, di fatto, la valutazione della loro reale solidità.

Il passaggio concluso dall’Eba è cruciale per l’armonizzazione il credito in Europa, nonché un presupposto ineludibile per l’attuazione concreta dell’unione bancaria europea: d’ora in poi le autorità di vigilanza dovranno valutare il livello dei crediti a rischio in modo omogeneo e comparabile in tutta l’Eurozona. Il lavoro dell’Eba, quindi, consente l’avvio della fase preparatoria all’entrata in vigore vera e propria dell’unione bancaria (nel novembre 2014): l’Asset quality review (Aqr), ovvero la ricognizione approfondita sull’effettivo stato di salute degli istituti che finiranno sotto il controllo della Bce.

L’ASSET QUALITY REVIEW DELLA BCE

La Bce nei prossimi mesi condurrà un’analisi sulla solidità dei maggiori istituti dell’Eurozona: circa 130 banche (la lista definitiva verrà compilata sulla base dei bilanci al 31 dicembre prossimo) che rappresentano in aggregato l’85% del credito erogato nell’area euro.

L’Asset quality review è partita in novembre e dovrà concludersi al massimo entro l’ottobre 2014, alla vigilia dell’assunzione della vigilanza bancaria in capo alla Bce stessa: lo scorso 24 ottobre il Presidente dell’Eurotower Mario Draghi ha illustrato ai capi di Stato e di Governo dei 28 Paesi Ue i criteri guida dell’operazione. La valutazione si articolerà su tre livelli.

La valutazione generale del rischio (risk assessment) consisterà nello svolgere le attività di vigilanza, sia quantitative che qualitative, oggi effettuate dalle autorità nazionali: in quest’ambito rientra l’analisi dei rischi fondamentali dell’attività bancaria (liquidità, leva finanziaria, fonti di raccolta). La metodologia utilizzata sarà il più possibile omogenea: anzi, questo passaggio servirà anche a mettere a punto un manuale di vigilanza europeonecessario per standardizzare le prassi nazionali.

Il secondo livello di analisi sarà la verifica della qualità degli attivi (la vera e propria asset quality review), che esaminerà in modo dettagliato non solo i crediti, ma anche titoli e altri strumenti finanziari: il fine è di evidenziare con chiarezza le esposizioni delle banche. E’ possibile che venga richiesto alle banche di modificare la classificazione dei prestiti (in base alle sopra ricordate nuove disposizioni Eba) o di modificare le politiche di copertura su trading e derivati (verrà infatti indagata anche l’adeguatezza dei collaterali a copertura): tali operazioni potrebbero portare ad un maggior fabbisogno di capitale.

Con uno stress test finale i bilanci verranno sottoposti a simulazioni di situazioni estreme (forte recessione, forte aumento dei tassi, …) per valutarne la capacità di reazione: anche in questa fase potrebbe emergere una maggiore necessità di patrimonio. I dettagli sullo stress test (in cui assumerà un peso rilevante la valutazione della reazione del portafoglio investito in debiti sovrani) saranno annunciati in coordinamento con l’Eba (che verrà coinvolta nei test), anche se la Bce considera le tre parti in cui si scompone l’analisi complessiva strettamente interdipendenti tra loro.

In sostanza tutte le maggiori fonti di rischio per le banche saranno esaminate: i crediti verso le imprese e al dettaglio (portafoglio prestiti), ma anche il portafoglio da trading e l’esposizione verso debiti sovrani e istituzionali; non verranno risparmiate le operazioni fuori bilancio, come i derivati. L’intenzione di Francoforte è di procedere ad una valutazione a 360 gradi, facendo tesoro degli errori di analisi commessi in passato. Come detto, in particolare i precedenti stress test non si sono rivelati attendibili per valutare la reale solidità dei singoli istituti: la Bce è convinta che, se condotto con trasparenza, il test finale dell’Aqr potrebbe fornire al mercato informazioni significative sulle vulnerabilità prospettiche di ciascuna banca.

Al termine dell’Aqr la Bce darà il suo giudizio su ogni singola banca, che potrà comportare la necessità di aumentare il capitale o intraprendere altre azioni di risanamento (ad esempio la vendita di attività non strategiche), imponendo anche i tempi di esecuzione. I risultati della valutazione verranno resi pubblici a livello aggregato e comunque prima dell’entrata in vigore formale della vigilanza unica.

IL CAPITALE RICHIESTO

L’analisi sarà condotta avendo come riferimento il requisito di capitale calcolato secondo la definizione del Common equity tier 1 (Cet1): le banche dovranno avere un rapporto fra il patrimonio di base e gli impieghi ponderati per il rischio all’8%, un livello che la Bce giudica raggiungibile e al contempo sufficiente garanzia di stabilità. Sarà questo il livello patrimoniale minimo che tutte le maggiori banche europee dovranno rispettare (o raggiungere rapidamente) al termine dell’Aqr.

E’ bene ricordare che il Cet1 (suddiviso in tre componenti: una soglia di base del 4,5%, un cuscinetto aggiuntivo del 2,5% e un’ulteriore quota dell’1%, prevista per banche sistemiche) rappresenta un parametro patrimoniale più severo rispetto a quello utilizzato negli anni scorsi per valutare la solidità degli istituti di credito (Core Tier 1). Per calcolare il nuovo indicatore, ad esempio, vengono nel capitale le azioni ordinarie della banca più le riserve, escludendo altri strumenti finanziari come le azioni di risparmio o le obbligazioni subordinate ibride (entrambe non danno diritto di voto in assemblea). La definizione di capitale per l’Aqr sarà quindi quella di Basilea III, recepita in Europa dalla direttiva Crd IV (post “L’Ue approva Basilea III e fissa un limite agli stipendi dei banchieri. La Svizzera fa ancora meglio  ”); la definizione del fabbisogno di capitale, poi, diventerà più stringente nel momento dell’attuazione degli stress test (per le banche sistemiche è previsto un Cet1 a regime del 9,5%).

Va detto che gran parte delle banche del Vecchio Continente presenta oggi un Core Tier 1 ben superiore alla soglia prevista (per approfondire: post “Le carenze patrimoniali delle maggiori banche mondiali ed europee. Luci e ombre sull’Italia”): quello medio delle banche più grandi dell’Eurozona è mediamente superiore al 12% e la gran parte di questi istituti già rispetta i requisiti minimi di capitale previsti da Basilea III. Il cambio delle regole di valutazione degli attivi, tuttavia, potrebbe riservare sorprese negative molto spiacevoli.

GLI OBIETTIVI

Draghi ha indicato i tre obiettivi che l’Aqr intende perseguire: trasparenza, per rafforzare la qualità delle informazioni disponibili sul reale stato di salute delle banche; riparazione, per “identificare e attuare le necessarie azioni correttive se e quando necessario”; ricostruzione della fiducia, per “assicurare tutte le parti interessate che le banche sono fondamentalmente sane e degne di fiducia”.

L’obiettivo primario, secondo il Presidente della Bce, è quello della trasparenza, da cui derivano gli altri due: pertanto, se dal punto di vista pratico l’analisi dei bilanci ha la finalità di allineare delle valutazioni contabili in tutto il continente, la funzione strategica dell’Aqr è di portare trasparenza nei bilanci bancari, in modo da sanare i casi di minor solidità e da ristabilire la fiducia degli investitori privati. Secondo la Bce, inoltre, la scoperta di eventuali carenze patrimoniali (e le conseguenti ricapitalizzazioni) potrà consentire la riapertura dei rubinetti del credito verso l’economia reale, in modo da dare una spinta propulsiva alla ripresa economica europea attesa nel corso del 2014.

Alla base di tutti questi ragionamenti vi è la credibilità che la Bce saprà guadagnarsi. Draghi lo sa bene e ha voluto chiarire con decisione un punto fermo: “la Bce non avrà alcuna esitazione nel bocciare le banche che non passano la prova degli stress test il prossimo anno”, rassicurando i mercati sul fatto che l’Aqr non verrà annacquata o piegata ad esigenze particolari, ma sarà seria e credibile.

Probabilmente con tale puntualizzazione la Bce ha voluto smarcarsi dai pessimi risultati degli stress test dell’Eba: i due stress test realizzati in passato hanno promosso alcune banche trovatesi subito dopo in condizioni di gravi difficoltà. L’Eba invece di fornire certezze, accentuò le incertezze. Su questo punto da Francoforte si fa notare che la situazione è oggi diversa rispetto agli stress test dell’Eba per due ragioni principali: la valutazione è condotta da un’istituzione, la Bce, che subito dopo assumerà la responsabilità della vigilanza (quindi avrà il potere di monitorare e far rispettare l’attuazione delle risultanze dell’Aqr); gli stress verranno realizzati (e in parte si sovrapporranno) con l’Aqr, quindi potranno disporre di una base di dati molto più chiara e soprattutto uniforme a livello europeo.

Il fatto che le banche potranno essere bocciate all’esame della Bce comporta una conseguenza molto rilevante: le eventuali ricapitalizzazioni dovranno essere concluse in tempi molto rapidi. Da questa esigenza fondamentale deriva una precisa richiesta delle Bce ai governi europei.

LA RETE DI SICUREZZA PER LE RICAPITALIZZAZIONI BANCARIE

Il ragionamento esposto (molto chiaramente) da Draghi è il seguente: qualora dovessero emergere insufficienze patrimoniali gravi, si dovranno cercare i capitali necessari sul mercato. Tale opzione, tuttavia, non fornisce alcuna garanzia di sistemazione rapida della carenza di capitale, il che comporterebbe il rischio di una notevole instabilità finanziaria per l’intera Eurozona: il corollario che ne deriva è che i governi dovranno essere pronti a mettere il denaro necessario per evitare attacchi speculativi all’istituto in difficoltà e/o all’intero sistema bancario.

Pertanto la Bce ha chiesto ai governi europei la creazione di una rete di sicurezza dotata di risorse finanziarie pubbliche pronte all’uso (public backstop), da approntare prima che si concluda l’Aqr; tale sistema di sicurezza, peraltro, non necessariamente dovrà essere attivato, ma sarebbe fondamentale per fornire solidità aggiuntiva al sistema creditizio europeo. L’obiettivo della creazione del backstop non è, evidentemente, quello di un ritorno all’incentivazione del moral hazard dei banchieri (ovvero renderli di nuovo irresponsabili per l’eccessiva assunzione di rischio grazie alla mobilitazione di fondi pubblici per sanare i bilanci), quanto la difesa della stabilità finanziaria europea. Il ragionamento di Draghi è il seguente: “in passato ci sono stati esempi di banche solvibili ricapitalizzate con denaro pubblico per migliorare la fiducia e la stabilità, con i fondi che poi sono stati restituiti tempestivamente e lo Stato ha anche realizzato ritorni non trascurabili”. In sostanza si potrebbero verificare dei casi (proprio perchè il passaggio all’unione bancaria introduce forti elementi di discontinuità con il passato) in cui “la banca non è in fallimento (dopo la revisione non la si ritiene fallita o vicino al fallimento se non ricapitalizzata), è solvibile ma il supervisore chiede un aumento di capitale per migliorare la fiducia”: per esempio quando un istituto mostri un livello di capitale superiore a quello minimo richiesto (l’Aqr mostra solidità attuale), ma inferiore al tetto fissato negli gli stress test (scarsa solidità eventuale prospettica), o quando per qualsiasi motivo non si possa rapidamente ricorrere ad una ricapitalizzazione diretta sul mercato. In casi come questi l’intervento pubblico, pur temporaneo, dovrà essere disponibile ed immediato, fermo restando che i fondi pubblici non dovranno mai essere impiegati a fondo perduto per tamponare situazioni di sostanziale default bancario (come accaduto negli ultimi anni in vari casi). Peraltro l’intervento dovrà essere effettuato da un organismo europeo (e non a livello di singoli Stati), per evitare il ripetersi del contagio finanziario fra necessità patrimoniali delle banche e debiti pubblici nazionali.

In sostanza Francoforte sta chiedendo ai governi europei la creazione di una rete di protezione comunitaria, anche temporanea, per far fronte alle eventuali emergenze che dovessero manifestarsi nel momento dell’implementazione della vigilanza unica europea (unica parte dell’unione bancaria sinora approvata). Una forma di pressione (forte) per indurre i governi più riottosi ad approvare il secondo e terzo pilastro in cui si articola l’unione bancaria, ed in particolare il meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie.

La richiesta deriva dalla constatazione che sulla seconda fase dell’unione bancaria (quella che riguarda il meccanismo di risoluzione delle banche in crisi e la disponibilità di fondi pubblici, nazionali o europei, da utilizzare) l’accordo unitario fra le capitali dell’Eurozona sembra ancora lontano. La tabella di marcia per completare l’unione bancaria, infatti, prevede che entro la fine del 2013 Consiglio e Parlamento Ue si accordino sulle regole da applicare nel caso di fallimento/ristrutturazione creditizia e che i governi trovino l’intesa sul meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie. Entro aprile 2014 (ultima data utile prima delle prossime elezioni europee), poi, l’Europarlamento dovrebbe approvare quanto definito dai governi. I tempi tecnici per completare l’iter sull’unione bancaria ci sono ancora, ma i negoziati vanno per le lunghe ed è concreto il rischio che per l’ottobre 2014 (termine massimo dell’Aqr) non siano stati definiti meccanismi istituzionali per far fronte in modo ordinato a crisi di banche sistemiche: una situazione in cui la Bce non vorrà mai trovarsi.

In effetti, prevedere la fallibilità di una grande banca senza impostare i meccanismi di propagazione dei contagio finanziario sarebbe una follia (ma è la situazione provvisoria in cui oggi si trova l’Eurozona).

ALCUNI NODI DA SCIOGLIERE (AL PIU’ PRESTO)

Secondo noi di Economy2050 la scansione degli attivi bancari non sarà banale, considerando che l’analisi andrà condotta con la massima trasparenza, ma anche con un certo equilibrio. Da un lato, infatti, questa è la prima la prima prova sul campo della Bce nella nuova veste di organismo europeo di vigilanza bancaria: Francoforte si gioca una grossa fetta della reputazione guadagnata negli ultimi anni agli occhi dei mercati. Del resto, la complessità tecnica dell’operazione (aspetto sicuramente rilevante) passa in secondo piano rispetto all’esigenza di minimizzare i rischi per la stabilità finanziaria, pur mantenendo ferma la linea del rigore nelle valutazioni finali.

Rimane il fatto che la Bce ha compiuto il primo passaggio ufficiale verso il sistema di supervisione unica europea, con l’annuncio del metodo di valutazione, dei criteri e degli obiettivi che verranno adottati nei prossimi dodici mesi. Un passaggio importante, ma non sostanziale per molti versi: molto, infatti, dipenderà dal come verranno declinate in concreto le buone intenzioni.

Sotto questo profilo, un aspetto che lascia fortemente perplessi è che la Bce non ha indicato tutti i parametri con cui valuterà il buono stato di salute delle banche: non si conoscono il limite oltre il quale ogni voce di bilancio verrà considerata con sospetto. In sostanza, a seconda di come le singole vulnerabilità saranno soppesate, alcune banche potrebbero uscire indenni o comunque meno severamente inquadrate rispetto a quanto meriterebbero. Tale carenza informativa potrebbe ben presto generare dubbi sulla bontà complessiva dell’Asset quality review, visto che la mancata indicazione delle soglie espone al forte rischio che molte valutazioni possano essere rese dopo una trattativa con le autorità di vigilanza nazionali (che tenderanno a difendere i rispettivi sistemi bancari). Se si abuserà della flessibilità nelle valutazioni che la Bce ha voluto riservarsi, il ritorno in termini d’immagine per il sistema finanziario europeo sarà devastante. Francoforte farebbe bene a riflettere (rapidamente) se sia conveniente lasciare intatta una falla logica così macroscopica da minare la fondazione stessa dell’unione bancaria europea su basi le più solide possibili.

Altro punto debole di tutta l’impalcatura è la flessibilità concessa dall’Eba grazie al meccanismo della forbearance: l’ampia possibilità di prevedere eccezioni sui crediti ristrutturati potrebbe essere sfruttata in paesi dove oggi le regole sono meno severe rispetto alle nuove disposizioni Eba, con il risultato di occultare il reale fabbisogno di capitale. Le autorithy di vigilanza europee, quindi, dovranno prestare la massima attenzione per impedire l’abuso di tale scappatoia, ovvero evitare che la discrezionalità di trasformi in arbitrio contabile.

LE CONSEGUENZE IN ITALIA

In Italia le banche sotto la lente europea saranno 15: Carige, Monte dei Paschi, Credito Valtellinese, Popolare dell’Emilia Romagna, Popolare di Milano, Popolare di Sondrio, Popolare di Vicenza, Banco Popolare, Credito Emiliano, Iccrea holding, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Unicredit, Ubi, Veneto Banca. Secondo Bankitalia non dovrebbero emergere casi di criticità dall’analisi degli attivi. Nonostante le regole di vigilanza italiane (soprattutto sul rischio di credito) siano tra le più severe d’Europa (post “Il credit crunch italiano: fisco e Bankitalia troppo severi (rispetto al resto d’Europa)”), sui media circolano i nomi di cinque banche  (Mps, Carige, Bpm, Creval e Banco Popolare) che potrebbero avere difficoltà a superare l’Aqr, sia a causa della scarsa qualità dei crediti, che per l’eccesso di esposizione sul debito sovrano. Tuttavia oggi appare prematuro sbilanciarsi in previsioni: ad esempio non è ancora chiaro come verrà soppesato nell’Aqr il portafoglio dei titoli del debito pubblico, né come impatterà il rating degli stessi.

Anche per quanto riguarda l’Europa i dati oggi noti non consentono di azzardare previsioni. La nostra impressione è che comunque i banchieri nordeuropei dovrebbero preoccuparsi più di quelli italiani: non solo finiranno sotto la lente (si spera ben calibrata) i titoli tossici e i derivati in portafoglio, ma anche l’elevata leva finanziaria presente in quei bilanci. Per di più anche la rivisitazione dei criteri di contabilizzazione dei crediti potrebbe causare sorprese negative: in fin dei conti i livelli di sofferenze molto bassi presenti in Francia e nord Europa sono dipesi, fino ad oggi, anche dal fatto che i crediti ristrutturati in quei paesi non rientrano fra quelli problematici (quindi assorbono capitale in misura minima). Dal 2014 non sarà più così e chissà se usciranno inattesi scheletri dalle casseforti nordeuropee anche sul fronte dei crediti all’economia reale.

CONCLUSIONI

Per ora la notizia positiva è che il sistema di analisi architettato dalla Bce pare convincente, anche se incompleto in alcuni aspetti essenziali. La notizia negativa è che i risultati finali appaiono avvolti nella nebbia: non è possibile oggi prevedere, neppure indicativamente, se la massa dei grandi istituti europei è sufficientemente attrezzata per superare l’esame di ammissione all’unione bancaria.

L’interrogativo sostanziale, quindi, è per ora senza risposta: chi è in regola per essere promosso? Pochi i dati certi: sicuramente le banche più piccole non tremano, visto che l’Aqr non è destinata a loro (per ora). Sicuramente le grandi banche europee negli ultimi anni hanno fatto notevoli passi in avanti sul fronte del patrimonio (dall’inizio della crisi hanno raccolto capitali di rischio privati per 225 miliardi e pubblici per 275), ma questo non solleva le incertezze che aleggiano su alcuni istituti, nei cui attivi si sospettano nascondersi asset (titoli tossici e derivati) la cui rischiosità e dimensione effettiva sinora non sono mai stata scandagliate.

L’attesa per i risultati dell’Aqr potrebbe avere in tutta Europa un effetto collaterale non secondario: la riapertura del processo di fusioni e acquisizioni fra gli istituti di credito, interrotte dal 2007-2008. Una delle vie percorribili in caso di insufficiente solidità patrimoniale, infatti, potrebbe essere il ricorso alla frammentazione dei colossi bancari: la vendita a pezzi (dei rami d’attività più appetibili) potrebbe essere la soluzione meno traumatica per consolidare e rendere più forte il sistema bancario continentale.

Infine una riflessione: ipotizzare (come fa la Bce) che l’Aqr possa stimolare gli istituti (almeno quelli ritenuti sani) a concedere più credito all’economia reale appare una lettura troppo ottimistica. Nell’incertezza sui parametri puntuali di valutazione che verranno adottati e in attesa dei risultati del test finale, sfidiamo chiunque a trovare un banchiere che allenti i cordoni del credito (assumendo automaticamente più rischio).

Per riavviare il credito la nuova autorità di vigilanza europea può fare due cose: rendere credibile e pienamente trasparente l’Aqr e terminare l’esame il più presto possibile.

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